Massimo Zecchini
Nato a Brescia il 14 ottobre 1979, Massimo Zecchini rappresenta una nuova voce nell’arte contemporanea bresciana, capace di unire sperimentazione, recupero di materiali e una profonda ricerca sull’equilibrio estetico.
Le radici
Figlio d’arte, Massimo ha respirato la passione per il disegno e la pittura fin da piccolo, ispirato dal padre, anch’egli pittore. Sin dall’infanzia ha dimostrato una naturale propensione per il disegno e la creatività, affinata nel tempo attraverso sperimentazione e ricerca.
Il percorso artistico
Un disegno creato a 15 anni, raffigurante delle oche, è diventato un elemento importante in alcune sue opere e, successivamente, ha ispirato una collaborazione con Amaro Guelfo. Con il tempo, Massimo si è distaccato da questa fase per intraprendere una ricerca artistica più personale.
A 20 anni si è avvicinato alla pittura da autodidatta. La sua evoluzione artistica è stata segnata da anni di sperimentazione e ricerca, culminati in un intenso lavoro negli ultimi anni su due filoni principali: i «Paesaggi urbanistici», ispirati a una visione geometrica e brutalista, e le «Proiezioni», un ciclo di opere dedicate allo sport e ai suoi protagonisti.
Tecniche
I primi lavori dedicati ai «Paesaggi urbanistici» sono stati realizzati su pannelli di legno, utilizzando pitture acriliche. Successivamente, Zecchini ha semplificato il suo stile, distinguendosi per l’uso di pennarelli neri e materiali di recupero, come pannelli di legno provenienti da vecchi armadi. L’artista non rinnova la superficie, ma valorizza le imperfezioni dovute all’usura del legno, lasciandole visibili per creare una connessione con il passato. Questo amore per il recupero nasce da una sua seconda passione: il restauro e il collezionismo di oggetti di design.
Nei «Paesaggi urbanistici», la sua attenzione si concentra sulla prospettiva e su un’estetica influenzata dal brutalismo dell’Europa dell’Est degli anni ’70.
Nelle «Proiezioni», invece, impiega prospettive e contrasti su tela, creando una serie dedicata allo sport e ai suoi protagonisti. Questo ciclo nasce dal primo quadro ispirato al leggendario atleta Jesse Owens, eroe delle Olimpiadi di Berlino del 1936. In queste opere, Zecchini combina prospettiva, proiezioni e tratti a mano libera per trasmettere l’intensità emotiva della fatica e del sacrificio atletico.
Ispirazioni
La sua produzione giovanile è stata influenzata dalla metafisica di Magritte e De Chirico, per poi evolversi verso il futurismo nella sua maturità artistica. Oggi, attraverso i suoi lavori, Zecchini esprime due anime: il sentimento e la fatica umana nello sport, e l’estetica e l’equilibrio.